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Percorsi per l’apprendimento: intervista ad Alessandra Pagani

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Come si sviluppano percorsi per l’apprendimento? 

È il tema di questo articolo, che inaugura un nuovo format che vedrà un alternarsi di dialoghi e approfondimenti con esperti e professionisti.

Ne parliamo con Alessandra Pagani, editor di Vita e Pensiero, la casa editrice dell’Università Cattolica, e autrice del libro “Manuale di editoria universitaria. Progettare percorsi per l’apprendimento” (Editrice Bibliografica, 2020).

Allora, via con l’intervista!

 

Alessandra: Sono Alessandra Pagani, sono editor e mi occupo soprattutto di manuali e pubblicazioni universitarie quali saggistica specializzata.
Il libro di cui sono autrice ha un sottotitolo molto esplicativo dell’argomento trattato: “Progettare percorsi per l’apprendimento”.

Questo libro nasce dalla mia esperienza come docente al Master Professione editoria dell’Università Cattolica e raccoglie una serie di informazioni utili a chi volesse avvicinarsi alla professione di editor di manualistica e di strumenti e percorsi per l’apprendimento, sia cartacei che digitali.

I testi di cui mi occupo io come professionista arrivano direttamente al pubblico per cui sono pensati, cioè agli studenti, e quindi hanno meno bisogno dell’aiuto della promozione.

Per quanto riguarda la mia esperienza di autrice di un manuale, per promuovere il mio libro ho fatto ciò che fanno abitualmente gli autori di manuali: assolutamente niente! Purtroppo penso che esista proprio un problema in questo senso.

Ammetto di non aver portato il mio libro a incontrare direttamente i lettori di questa particolare nicchia. Questa scelta deriva dal fatto che viene pensato come testo di appoggio per gli studenti, per chi volesse fare l’editor, per chi deve seguire un corso universitario in questo ramo così specifico.

Nel testo ci sono degli argomenti molto specialistici. Se l’avessimo intitolato solo “Progettare percorsi per l’apprendimento”, avrebbe avuto una facilità di diffusione maggiore anche tra un pubblico che vuole, ad esempio, creare un proprio percorso di formazione online.

Ma secondo me è ancora più importante che chi decide di scrivere un libro si confronti con i vari stili di lettura dei contenuti che noi adottiamo oggi e che sono cambiati moltissimo nel corso del tempo.

Noi che siamo cresciuti leggendo solo su carta, avevamo un tipo di lettura detta immersiva, che coinvolgeva alcune parti del cervello e ci portava a una concentrazione molto profonda.

Questa tipologia è stata studiata da alcuni neuroscienziati, per esempio Maryanne Wolf, autrice di “Lettore, vieni a casa” edito da Vita e Pensiero.

Un altro tipo di lettura viene chiamata skimming o “lettura diagonale”, ed è quella che facciamo in genere sul web; oppure, abbiamo la lettura stile browsing, cioè “a Z”: leggiamo l’introduzione di un articolo, saltiamo tutto ciò che c’è nel mezzo e passiamo alle conclusioni.

O ancora, la lettura selettiva, cioè lo skipping: leggiamo solo alcune parole, quelle in grassetto.

Insomma: siamo consapevoli del fatto che i lettori stanno cambiando modo di leggere?

Se dovessi dare un suggerimento a chi oggi vuole scrivere un libro o promuoverlo, mi focalizzerei sul fatto che è sempre più importante inserire l’introduzione e la conclusione in modo chiaro, i grassetti all’interno del testo per fissare dei punti di riferimento e forse anche una certa ripetitività delle frasi, cioè quello che viene chiamato il concetto di ricorsività.

 

Davide: Grazie Alessandra per questa introduzione. Ti faccio subito una prima domanda: tutta questa evoluzione della lettura è colpa del web?

 

Alessandra: Posso risponderti citando un libro storico nel mio settore che è quello dei manuali, “I testi scolastici in Italia”, dove viene raccontato come i libri siano passati da trattati a manuali.

I trattati erano originariamente libri di 600-700 pagine, il testo era molto fitto con poca interlinea, le font erano molto raffinate ma anche difficili da leggere; nel manuale invece, più snello come lunghezza, abbiamo delle font ad alta leggibilità.

Non è colpa del web, il motivo più ampio è anche storico, nel mio settore, quello universitario, le lauree da cinque anni sono diventate lauree da tre anni con una specializzazione, quindi molti testi non erano più adatti perché si hanno meno ore per seguire i corsi.

Più in generale, probabilmente le forme di intrattenimento alternative alla lettura e che espongono a degli schermi non aiutano quelle funzioni del cervello e della lettura immersiva che ci vorrebbero per leggere per molte ore.

C’è in più tutta un’interessante riflessione del professor Fabio Lo Verde dell’Università di Palermo su questo, sul tempo libero e la cultura dello svago; per esempio, con lo smart working, abbiamo visto che le giornate lavorative si sono allungate, con meno tempo libero da dedicare anche alla lettura.

 

Davide: Alle origini del web c’erano online anche articoli accademici, perché era proprio il mondo accademico ad essere più presente su internet.

Successivamente abbiamo visto una semplificazione delle immagini e dei testi, con l’obiettivo di dare all’utente contenuti “bite-sized“, da poter “assaggiare” e di cui poter fruire in un tempo breve.

Poi è arrivato quello che io chiamo lo “stile Aranzulla”, quello delle guide dove abbiamo un pattern che si ripete, sempre andando un po’ più in profondità nell’argomento trattato.

C’è una ripetizione continua che può servire per riprendere un po’ il filo del discorso quando leggiamo sul web. È così anche per te?

 

Alessandra: Nel mio settore esistono ancora testi molto densi e pesanti caricati online, se parliamo invece più di divulgazione sono assolutamente d’accordo sul fatto che questa proliferazione di instant book, checklist, decaloghi tutti più vicini alle logiche del marketing che non alle esigenze dell’informazione, si stia veramente diffondendo, ma sono più letture per il tempo libero.

Continua però a esistere una parte del web in cui gli articoli di ricerca sono presenti e aggiornati. Il web rende un grande servizio alla comunità scientifica internazionale, sia per la diffusione dei contenuti, sia per la complessità e la lunghezza di questi testi e anche per la presenza di immagini a colori o addirittura navigabili o interattive condivise online.

 

Davide: In questo stesso scenario, da un lato abbiamo le infografiche e dall’altro gli elenchi puntati. Ma se volessi andare a verificare il singolo dato di un’infografica, non sempre c’è la fonte.

 

Alessandra: Oggi il fatto di saper comunicare molti dati in maniera comprensibile utilizzando tutti gli stili cognitivi, quindi sia la lettura che l’immagine, il suono, il colore, l’ausilio di altri sensi, è utilissimo per sviscerare e comunicare la complessità dei dati.

A volte, hai ragione, non è bene esplicitato da dove siano stati presi questi dati e ci si può solo fidare come succede purtroppo con moltissime informazioni che circolano sul web.

Per dare un consiglio sulla scrittura del proprio libro, suggerisco sempre di indicare da dove si prendono i dati, perché questo aumenta la credibilità dell’autore.

 

Davide: Mentre lavoravi al tuo libro, parlando un po’ di percorsi per l’apprendimento, qual è una lezione che hai imparato?

 

Alessandra: La lezione che ho imparato è che non è mai facile sintetizzare quindici anni di lavoro in un unico libro di 180 pagine, come nel mio caso.

Un’altra cosa che gli autori molto specializzati possono fare a partire dalla lezione che ho imparato io, è pensare che dall’altra parte chi si avvicina al testo è quasi completamente a digiuno della disciplina e quindi è necessario partire proprio dai concetti base, spiegarli in maniera semplice e possibilmente anche accattivante; secondo me, anche in un testo scientifico, accademico o un saggio divulgativo, ci possono essere dei momenti in cui far sorridere il lettore.

 

Davide: I tuoi quindici anni di esperienza e la quantità di informazioni che avresti voluto inserire in questo libro erano decisamente maggiori di ciò che poi si può leggere nella versione finale.

Come hai fatto a selezionare?

 

Alessandra: A monte, nel progettare percorsi per l’apprendimento, è utile selezionare delle parole chiave, in modo da sapere di toccare quegli argomenti e quindi non perdere niente di importante.

Allo stesso tempo però, mi sarebbe piaciuto pubblicare un libro che fondesse carta e digitale, sarebbe bastato un QR Code per tutti gli approfondimenti che invece non sono presenti sul libro cartaceo.

È anche vero che un “approfondimento dell’approfondimento” probabilmente non avrebbe avuto tantissimi lettori, e dato che a mio parere il libro è un processo collettivo, se la richiesta degli studenti è stata quella di avere un testo più snello, forse hanno avuto ragione.

A livello di comunicazione, ti faccio io una domanda: è importante dire tutto o dire solo le cose rilevanti?

 

Davide: è un po’ una domanda retorica. Ci sono due aspetti: uno è appunto che cosa c’è di davvero rilevante e allo stesso modo che cosa c’è di semplice che devo dire.

L’altro consiglio che posso dare per capire cosa sia effettivamente rilevante, è aver ben chiaro per chi sto scrivendo il libro, che non sempre è così nettamente chiaro.

 

Alessandra: Questo molto spesso non è semplice nemmeno nel mio lavoro di editor, e uno dei suggerimenti che posso dare agli autori è di rileggersi ad alta voce.

Di solito la lettura ad alta voce serve soprattutto per verificare refusi e non pubblicare un testo di cattiva qualità, ma esiste un tipo di lettura che si chiama “espressivo-letteraria”, studiata da una docente, Silvia Blezza Picherle.

Ciò che deve fare il nostro autore di saggi che vuole promuovere il suo testo, è di leggere in forma espressiva, pensando di fare appunto una lezione con quel testo al suo pubblico di riferimento: in questo modo, ci si rende subito conto se mancano dei passaggi importanti o se il contenuto non è abbastanza chiaro.

Aggiungo che chi scrive un testo sulle proprie competenze professionali può, in questo modo, mettere a fuoco delle competenze che non pensava di avere, valorizzando il proprio lavoro, e migliorando anche il proprio personal branding.

 

Davide: Cos’ha funzionato bene nella promozione del tuo libro?

 

Alessandra: Ha funzionato il fatto di avermi presentata in modo più professionale, quindi a livello di personal branding.

Questo testo infatti spiega molto meglio alcuni contributi che posso apportare con il mio lavoro, rispetto a quanto potrei fare durante un normale colloquio, perché purtroppo in quei casi è difficile che si entri in alcuni dettagli di progettazione del libro.

Il libro ha chiarito che cosa può fare veramente un editor specializzato in didattica, anche su testi più divulgativi o professionali, per progettare percorsi per l’apprendimento.

 

Davide: E qualcosa che avresti voluto fare ma non hai fatto per promuovere il tuo libro?

 

Alessandra: Avrei voluto vincere un po’ la timidezza e propormi di più per parlare di questo libro.

Se il titolo fosse stato “Progettare percorsi per l’apprendimento”, mi sarei sentita più tranquilla nel proporlo magari per qualche talk più divulgativo.

Lo stile di scrittura è molto più fluido rispetto a quello che il titolo suggerisce.

La parola “manuale” nel titolo identifica la mia esperienza, ma allo stesso tempo ha un po’ penalizzato la promozione, ingessandomi in un ambito meno friendly, apparentemente meno godibile per gli altri.

 

Davide: Provando a chiedere l’aiuto di tutti i nostri lettori, come ti possiamo aiutare con questo libro, con i percorsi per l’apprendimento?

 

Alessandra: Sarebbe bello se qualcuno avesse voglia di leggerlo, anche un solo capitolo, poi potremmo trovarci per parlarne insieme in un gruppo di lettura.

Sono molto molto favorevole al fatto di incontrarsi per parlare di libri, di solito si fanno sulla narrativa, ma sulla saggistica e sulla manualistica potrebbero essere altrettanto utili.

Le persone comprano manualistica per imparare qualcosa, e se l’autore è a disposizione per rispondere alle domande, il lettore non ha solo acquistato un testo scritto, ma anche la possibilità di fare delle domande pratiche e specifiche.

 

Davide: Due richieste finali per te: un libro che stai leggendo e un sito web che consigli.

 

Alessandra: Sto leggendo “Nina sull’argine” di Veronica Galletta, che è un testo di Minimum Fax candidato al Premio Strega, perché conduco un gruppo di lettura e abbiamo scelto di leggere i candidati al Premio strega 2022, mentre oggi posso non consigliare i siti tradizionali di informazione mainstream.

Penso che ci si debba difendere dalla quantità di notizie che vogliono angosciarci, quindi consiglierei un sito sullo yoga della risata o su una pratica qualsiasi che ci mettesse più di buon umore.

 

Davide: Quindi più mindfulness e meno notizie clickbait? A proposito, cos’è una notizia clickbait?

 

Alessandra: Clickbait sono tutte quelle notizie false, il cui titolo “promette” grandi cose ma, una volta che andiamo a cliccare e che quindi che la persona che ha scritto la notizia ha raggiunto il suo scopo, cioè il nostro click, non ci regalano niente; sono notizie che promettono ma non mantengono, e possiamo dire che non meritano di essere cliccate e lette.

Come si fa a capire se una notizia è clickbait? Forse è una questione di lettura, perché dopo un po’ si impara a notare l’uso di alcune parole ricorrenti.

 

Davide: Può essere una bella chiave di lettura. Diciamo che più sono presenti superlativi o parole come “incredibile”, “spettacolare”, “assurdo”, oppure “non sai cos’è successo a…” seguito dal nome di un VIP, più c’è il rischio che la notizia sia clickbait.

Il nostro obiettivo, però, è far sì che, nel libro, ci sia sempre una coerenza di promessa tra titolo, copertina e contenuto.

Alessandra: Ti ringrazio tanto per quest’intervista, ricca di spunti sotto ogni punto di vista. Grazie e saluto tutti i lettori.

 

Davide: Io ringrazio Alessandra, a mercoledì prossimo.

Ascolta “Progettare percorsi per l’apprendimento con Alessandra Pagani | Episodio 112” su Spreaker.

Photo by Element5 Digital on Unsplash


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