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Missione Formare: intervista a Gianni Clocchiatti

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Quando il destino ti porta sulla strada della formazione?

Formatori si diventa?

Come si diventa grandi formatori?

In questo nuovo articolo del format “Missione Formare”, pongo queste domande a Gianni Clocchiatti: consulente per l’innovazione e la creatività d’impresa, formatore, coach e scrittore.

 

Davide: Per chi ancora non ti conosce, chi è Gianni Clocchiatti?

 

Gianni: Mi occupo di consulenza nelle aziende, nell’ambito dello sviluppo delle risorse umane: quindi la mia attività principale include formare, l’analisi organizzativa, valutazioni e coaching.

Poi ovviamente svolgo altre attività, in parallelo e quasi in simbiosi con questa, che riguardano più i processi di innovazione nelle aziende.

Ciò che propongo da tanti anni nel mondo delle piccole e medie imprese è costruire insieme all’azienda dei percorsi di sviluppo e di crescita per i dipendenti, creando progetti in funzione di quello che è lo scenario, il bisogno, il contesto, le caratteristiche delle persone coinvolte.

L’obiettivo è far crescere le persone nei loro ruoli, gestire situazioni anche di cambiamento o di riorganizzazione, potenziare le loro soft skills, dalla gestione dei team fino alla leadership e alla gestione e sviluppo delle vendite.

Sono arrivato a questa professione dopo aver passato vent’anni a ricoprire diversi ruoli manageriali, passando poi attraverso una fase come libero professionista sempre nell’ambito della direzione d’azienda, e poi grazie a percorsi contaminanti, diversi e sfidanti, ho cominciato a fare quello che sto facendo adesso con grande soddisfazione: formare.

 

Davide: Mi collego proprio a uno dei concetti che hai espresso poco fa: come e perché hai cominciato a formare in aula?

 

Gianni: In realtà non c’è mai un momento topico in cui all’improvviso cambia tutto e cominci a formare.

La passione e l’interesse c’erano anche prima, ma il mio focus rimaneva sempre puntato sulla carriera manageriale.

Poi, nell’ambito delle famose “tre P” (Prodotti, Processi, Persone), è aumentato gradualmente il mio interesse per le persone e per quei processi organizzativi in cui hanno un ruolo da protagoniste.

La mia è stata un’evoluzione, magari non sempre graduale o lineare, a volte è andata avanti anche “per scalini”, un po’ come avviene in tutti i processi di innovazione.

La curiosità e la passione per le persone hanno innescato questa evoluzione, perché alla fine sono le persone a fare le aziende, nonostante tutti i discorsi che spesso sentiamo sui fondamentali, sulle tecnologie, sul posizionamento di mercato.

Se non ci sono le persone ad aiutarti, la tua idea rimarrà soltanto una bella opinione.

 

Davide: Poter formare: lo hai considerato un punto di arrivo, una meta, o di passaggio verso altri traguardi?

 

Gianni: Per me fare il formatore è una delle tante modalità in cui lavoro, ma non è l’unica.

Se mi devo definire, mi considero un consulente che lavora con le aziende e con le persone all’interno delle aziende, su più livelli di intervento, di cui la formazione è solo uno.

Iniziai a formare in quella che viene definita formazione tecnica, quindi in ambito amministrativo, con delle competenze molto tecniche e verticali che all’epoca erano utili.

Poi ci sono anche altre attività, come il coaching, che io porto avanti ormai da parecchio tempo, che è una metodologia ancora originale e significativa, e infine c’è la consulenza.

Mi rendo conto che la parola possa suonare un po’ vaga, ma per me significa essere in partnership diretta con l’imprenditore, senza dare soluzioni prestabilite per risolvere i problemi, ma collaborando per trovarle insieme, grazie anche a esperienze, visioni, contaminazioni, metodologie e strumenti che l’azienda in quel momento magari non possiede. A sua volta l’azienda contribuisce con la sua esperienza, la sua storia, le sue persone, le sue risorse e insieme andiamo ad affrontare nuove sfide.

Quindi la formazione è sicuramente una delle leve, ed è ovviamente importante, ma tutto dipende dal contesto. Nell’ultimo anno e mezzo, ad esempio, la formazione d’aula si è ridotta molto da un punto di vista della quantità di ore, ed è invece aumentato in maniera esponenziale il mio lavoro come coach.

 

Davide: E visto che hai citato proprio più volte la parola coaching, che legami ci sono tra formare e fare il coach?

 

GianniL’identità comune tra i due sta sicuramente nella passione e nella cura verso le persone con cui si lavora: che siano un gruppo o una singolo individuo, la passione, la cura, l’ingaggio sono gli stessi e devono essere ugualmente importanti e forti.

Poi cambiano le metodologie, perché la dinamica di gruppo è chiaramente ben diversa da una dinamica one-to-one.

Ma il punto in comune è che comunque hai davanti una persona: con le sue fatiche, le sue gioie, le sue aspettative, i suoi dubbi, e le soluzioni si trovano insieme. 

Io non fornisco soluzioni automatiche, tengo a sottolineare questa cosa, non perché non ne abbia, ma perché sono le persone per prime a dover trovare le loro, rispetto al loro contesto e alle loro sfide. A volte, è vero, non sanno come fare, ed è allora che entro in scena io. 

Usando una metafora: io porto i cavalli al fiume, ma non posso obbligarli a bere. La scelta finale resta sempre in mano all’individuo, e nessuno di esterno può intervenire.

 

Davide: Qual è un’altra metafora che ti capita di usare per formare le persone in aula?

 

Gianni: Mi risulta difficile sceglierne una, dato che nella mia modalità di lavoro, le metafore nascono in modo semplice e spontaneo, non le preparo prima.

Nel momento in cui si crea un feeling con le persone con cui lavoro, in funzione di quello che è l’obiettivo che stanno perseguendo, non so perché, ma in maniera quasi magica, mi vengono in mente delle metafore calzanti che di volta in volta utilizzo. Sono un po’ istintivo da questo punto di vista. 

Non utilizzo mai, e questo ci tengo a dirlo, le classiche metafore del direttore d’orchestra o della nave con un capitano, quelle frasi inflazionate che si leggono in alcuni libri.

Mi viene però in mente una metafora che ho usato giusto ieri in un’azienda, per formare un gruppo lavorando sul concetto di responsabilità, di farsi carico e di avere coraggio.

Un’azienda non è un muretto a secco, in cui tutte le pietre sono incastrate perfettamente l’una accanto all’altra, somiglia più a una sorta di mosaico, di pavimento formato da piastrelle dalle forme irregolari, accostate per costruire un piano che sia calpestabile.

Gli spazi tra le piastrelle o le linee di fuga non sono tutti uguali, a volte abbiamo piastrelle molto vicine tra loro, altre volte ci sono degli spazi enormi a dividerle. La responsabilità in azienda si gioca proprio su quegli spazi, e non sulle piastrelle come pensiamo di solito, che rappresentano un po’ le singole unità o reparti aziendali. Il problema vero nasce quando una situazione, un reclamo di un cliente, un guasto, o un imprevisto qualsiasi, si fissano regolarmente in quegli spazi intermedi, che se sono troppo ampi danno luogo a un vero e proprio rimpallo di responsabilità.

Quindi che cosa deve fare, in questi casi, un leader o un capo gestione? Gestire questi spazi intermedi, non le piastrelle. Come? Tramite la negoziazione continua tra le parti.

 

Davide: Sempre usando una metafora: se fossi una singola parte che compone un libro, quale saresti, all’interno del contesto di un’azienda? Saresti la copertina, la quarta, il primo capitolo, l’ultimo, l’indice, le note a piè di pagina..?

 

Gianni: Io mi considero l’indice e le note a piè di pagina. Ho la visione d’insieme sul percorso e poi il singolo dettaglio, laddove serva, naturalmente. Sono quello che va a costruire il senso globale di un percorso. Poi il libro lo scrive qualcun altro, la copertina la lascio al cliente, non ho un ego così forte da dovermi mettere per forza in copertina. Le pagine invece man mano si riempiono di contenuti, ma chi li scrive è sempre qualcun altro.

 

Davide: L’altro giorno ero in aula a formare, e i partecipanti hanno scelto di rappresentarsi metaforicamente come organi del corpo umano: uno era il fegato, perché gli toccava sempre filtrare tutto sul lavoro, un altro si rivedeva nei polmoni perché dava ossigeno all’azienda…
Come formatori, a volte dobbiamo creare un contesto in cui le persone che fanno parte dell’azienda possano creare in autonomia delle metafore per raccontarsi meglio.
Formare significa anche avere la capacità di raccogliere ogni input, ogni spunto anche buttato lì con leggerezza da chi ti trovi davanti in aula.

 

Gianni: Per questo è fondamentale calibrare prima le persone che andrai a formare, anche andando al di là delle parole. Spesso i segnali più deboli non arrivano dal discorso, ma dai gesti, dal tono di voce che a un certo punto cambia, dallo sguardo e dalle espressioni, dal respiro che muta il suo ritmo. Tutta la comunicazione non verbale, fatta di segnali del nostro organismo che possono sfuggire, hanno un potere di informazione incredibile.

 

Davide: Vero, accade sempre qualcosa in chi ci ascolta, per cui ci vuole anche una buona capacità di conquistare un po’ la fiducia del gruppo che andiamo a formare, che le singole persone si fidino di noi a sufficienza, tanto da consentirci di fargli fare quel passaggio che poi li porterà a raggiungere i loro obiettivi.

 

Gianni: Ecco, parte di questa fiducia la costruisci già nella prima ora, mettendo in chiaro quello che viene definito il “contratto d’aula”: si stipula tra formatore e gruppo, non è che si scriva e non viene firmato ovviamente, ma è fondamentale da fare all’inizio perché spiega che cosa si farà in aula, con quali obiettivi, ciò che il gruppo vorrebbe portarsi a casa come conoscenze e in che modo, cosa si può fare durante la formazione e cosa no.

Anche perché chi partecipa alla formazione, è tenuto poi a dare un feedback sulla lezione al proprio capo o responsabile.

Quindi è importante capire quanto le persone siano soddisfatte del tuo operato, che attenzione non significa solo evitare di annoiare le persone durante il processo del formare, significa trasferire dei contenuti utili. La dimensione della risata e della battuta può anche trovare spazio ogni tanto, può essere anch’essa formativa o servire a sdrammatizzare un momento di tensione, ma va saputa gestire.

 

Concludo però dicendo che l’apprendimento vero avviene sempre attraverso il gioco, e questa è un’affermazione pesante e importante. Non c’è un altro modo per gli esseri umani di apprendere. L’istruzione è un’altra cosa, se devi studiare delle nozioni, facciamo già un discorso di tipo cognitivo. L’apprendimento, invece, avviene soltanto attraverso l’esperienza, meglio ancora se si tratta di esperienze positive o anche di gioco. Certo, anche le esperienze negative e dolorose insegnano molto, ma non ho motivo di far soffrire gli altri per formare!
I bambini, infatti, come imparano? Agendo, facendo, provando. Se impariamo divertendoci, si impara meglio.

 

Davide: Gianni, tu in questi anni hai scritto diversi libri: “Creatività per l’innovazione”, “Fare innovazione diffusa”, e l’ultimo è “99 idee per trovare idee” di cui hai curato l’edizione italiana per Franco Angeli. Quanta creatività c’è nella tua formazione?

 

Gianni: Parecchia, è un po’ come se fosse il terreno di coltura che sta sotto a tutto fin dal momento di progettazione dei percorsi formativi.

Poi alcuni elementi o percorsi possono essere sempre uguali, è normale, ma la creatività si applica proprio nel costruire il progetto formativo, e nella modalità più operativa in aula, nelle esercitazioni, che sono esperienze e simulazioni che mirano a formare ma anche a divertire, anche sbagliando o fallendo.

C’è ovviamente chi mette più creatività in queste attività e chi meno, e momenti in cui la creatività è più o meno presente proprio per il tipo di obiettivo che si sta perseguendo.

 

Davide: E potresti immaginare una formazione senza creatività?

 

Gianni: Be’ sì, ma è facile immaginarla. Tutti noi siamo andati a scuola. Pensate a una lezione classica. C’è il professore in aula, ti siedi, lo ascolti, prendi appunti se sei sveglio, oppure fai altro e speri che non ti interroghi.

Ecco, questa è la formazione senza creatività. E spesso è la scuola a formare più che altro la furbizia dell’individuo, per cavarsela anche quando non è preparato o non ha studiato! 

 

Davide: Ci sono delle fasi in cui siamo creativi al massimo? Qual è la fase meno creativa in assoluto nella vita di un essere umano?

 

Gianni: La prima fase più creativa è quella pre-scolare dei bambini dai quattro ai sei anni, ma ce ne può essere anche un’altra, in cui la creatività si riattiva, che varia da persona a persona.

Mentre l’età con il picco negativo di creatività coincide in genere con l’uscita dalla scuola e con il termine degli studi. Spesso infatti l’istruzione scolastica ammazza la creatività, perché il processo di apprendimento e di pensiero nelle scuole è standardizzato e raramente prevede sperimentazioni.

 

Davide: Ti faccio un’ultima domanda: racconteresti un aneddoto particolare o una lezione che hai imparato durante la formazione?

 

Gianni: Più che aneddoti, io ho imparato dalle esperienze, quindi ne racconto una.

Mi è successo soltanto una volta, nella mia vita professionale, di fallire un corso.
Non perché fossi totalmente impreparato, ma perché il consulente che aveva raccolto i bisogni e le richieste da parte dell’azienda per strutturare la formazione, lo aveva fatto in maniera, per così dire, un po’ “leggera”.
Io e la mia collega abbiamo quindi ricevuto da lui il brief e a partire da quello abbiamo preparato un programma.

Anziché formare un gruppo di quindici, massimo venti persone come previsto, ne abbiamo trovate in aula senza preavviso trentacinque, ma nemmeno due formatori insieme possono gestirle bene. Nonostante la situazione, riusciamo a portare avanti la formazione.

Purtroppo, il cliente ha obiettato alla fine, dicendo che avevamo preparato una lezione totalmente diversa da ciò di cui l’azienda aveva bisogno e che i dipendenti avevano perso una giornata di lavoro, è stato un fallimento, nonostante un lavoro fatto bene e in buonafede.

La lezione che ho imparato è che a volte possono succedere anche dei pasticci, dei misunderstanding, e quindi da allora ho sempre stilato il brief direttamente, parlando con il cliente, senza più affidarmi a terzi o a intermediari.
Continuo a credere alle parole degli altri ovviamente, ma prima le verifico.

 

Davide: Grazie Gianni per quest’intervista e per aver stimolato tante e ricche riflessioni.

 

Ascolta “Missione Formare Davide Giansoldati intervista Gianni Clocchiatti | Ep. 120” su Spreaker.

Foto di Lizandro Flores da Pexels.


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